La Palma, tra vecchi e nuovi fantasmi

di Carmelina Fiorentino. –

Da giorni si aggira un uomo, un tipo smilzo con la pipa per Capri; gira intorno all’Hotel La Palma, sale le scale della banca, scende, guarda in alto, guarda la palma, poi gira: via Sella Orta, si ferma davanti all’ex albergo Internazionale, gira di nuovo. Sembra incredulo, tra l’arrabbiato e il deluso. Ogni tanto lo si sente bofonchiare: “contentissimo dell’isola e dell’ottimo Pagano”. Ormai è una settimana, quindi ieri mi sono fermata e gli ho chiesto se avesse bisogno di aiuto. Lui come un fiume in piena, sembra non aspettasse altro che parlare, ma si sa…di questi tempi via Vittorio Emanuele è deserta, passano veloci solo i residenti, i negozi vendono… giornali o pannelli di legno bianchi come veli pietosi a coprire vergogne. Mi ha raccontato di essere Don Giuseppe, il proprietario della Locanda Pagano, quel notaio che nel 1920 decise di aprire la propria casa a quei primi “turisti” che non riuscivano a ritornare a terraferma dopo aver visto Villa Jovis e i Faraglioni. Ha aggiunto che da una settimana si sentiva nominato spesso sull’isola, allora era “sceso” per capire cosa stesse succedendo. “Dopo qualche anno la mia attività di oste prese piede e sostituì quella di notaio (anche se ancora aiutavo gli stranieri a comprare cose e case) e nel 1826 convinsi Kopisch e Fries ad entrare nella Grotta Azzurra, che dicevano abitata da spiriti. Meno male che gli stranieri non sono superstiziosi… quindi dovete anche a me il vostro benessere, lo sai?! Purtroppo passai a miglior vita dopo qualche anno e non vidi i miglioramenti apportati da mio figlio Michele, che quando ci siamo rivisti mi ha raccontato che seguendo i miei insegnamenti, tenne questa casa aperta anche agli artisti squattrinati, che potevano sdebitarsi dell’accoglienza (un letto e un uovo fresco la mattina) affrescando pareti, dipingendo mobili e porte di legno… fui così fiero di lui! Tanti tedeschi venivano a festeggiare il Capodanno a casa mia, lo sai? Pittori e scrittori, musicisti e poeti, tanti e di tutte le nazioni del mondo. Noi chiedevamo loro di lasciare la firma e un commento sul libro degli ospiti… un tizio scrisse ‘contentissimo dell’isola e dell’ottimo Pagano’. Come li chiamate voi ora? Ah si, feedback”.  

A questo punto non sono più riuscita a trattenermi e ho interrotto la sua valanga di ricordi: “E’ vero, io li ho visti, sono interessanti, stupendi e divertenti con quelle caricature. Li donò Teodoro il suo pro-pro-pronipote alla Biblioteca Cerio e alcuni anni fa li hanno anche esposti in mostra, con la sua biblioteca, alcuni quadri e i reperti archeologici che Teodoro aveva trovato al villino Benner”. Una luce si è accesa sul suo viso, sembra un po’ rinfrancato: “Meno male, allora qualcosa resta. Qui non ci si capisce più niente, non riconosco nulla: ho visto eliminare il giardino, il bel pergolato e negli Anni Venti il colpo più grosso: tutti gli affreschi raschiati via!!! Cosa restò? Le palme del giardino. Lassù un giorno venne uno e mi si presentò come Adamo Grilli, quello che lo comprò, lo fece abbattere e ricostruire (tanto ormai di mio non c’era più nulla dopo che quel Fassini lo voleva pure dipingere rosso). Ho sentito dire che era un imprenditore serio, di quelli che investono tanto ma hanno a cuore anche i collaboratori o, come li chiamate adesso, il capitale umano se loro si sentono parte dell’impresa, l’impresa riesce. Girando intorno all’albergo questi giorni ne ho visti alcuni andare e venire, entrare e uscire, quasi increduli come me: hanno sentito dire che l’albergo non apre a primavera, come ogni anno. Sono preoccupati per loro, per le loro famiglie, per la immagine di Capri”. Si ferma impietrito nel pronunciare immagine “quella che i pittori miei amici e clienti hanno portato in giro per il mondo”.  Avrei voluto dire a Don Giuseppe che non era esattamente così, che noi chiamiamo “immagine” la fama dell’isola nel mondo, ma forse ha ragione anche lui. “Li ho sentiti dire che stanno lì chi da 30, chi da 40 anni, chi da meno anni ma per tutti loro, quello non era solo un luogo di lavoro: tutti hanno sempre dato il cuore a questo posto e i clienti, quelli habitué, lo sanno e vanno lì per ritrovare qualcosa, per ‘ritrovarsi’. Sì, proprio così ho sentito dire ad una delle ragazze che entrava per informarsi sul futuro suo e del mio albergo. Ma capisci che bello? Questi uomini e donne sono stati nella mia casa più di me che ho aperto la locanda solo dieci anni prima di morire. Spero diano loro un premio, altro che chiudere!”. Continua: “Ma che parole strane usate di questi tempi! Adamo – di tanto più giovane di me ma ormai un amico – mi ha spiegato che il turismo non è più quello che pensavo io: l’accoglienza di coloro che vengono a visitare questo posto benedetto da Dio; dice che ora Capri è un villaggio turistico, dove si sfrutta la bellezza, i monumenti, il mare, i lavoratori, i visitatori il più possibile per 6 mesi al massimo, poi si chiude e si va in vacanza (chi ci riesce) e nel villaggio turistico è possibile anche chiudere un’istituzione del turismo come il mio albergo senza che qualcuno protesti e lo impedisca. Mi ricordo che quando quel ‘padrone dell’isola’ del barone Fassini voleva dipingere la facciata dell’albergo di rosso i capresi compatti si radunarono intorno al ‘venerato’ albergo e cominciarono le sassaiole: che goduria! Evidentemente non ci sono più i capresi di una volta!”.

Si apre, non si apre, si apre un po’, non si apre… le notizie si rincorrono, tenendo col fiato sospeso persone la cui unica colpa è voler lavorare. L’ultimissima è che si apre regolare il primo aprile, speriamo sia vero. Povero Don Giuseppe! Gira ancora incredulo intorno a quella che fu casa sua, a quella che fu la Locanda Pagano da cui tutto partì: il turismo, il Mito, il benessere.